Posted by: Luca on: 04/07/2011
Il monitor versa latte nella penombra e sul profilo di lui. Collo esile, nuca a sbalzo, naso che piega sulle labbra, legate come scorza di roast beef, mento sfuggente. Sfuggente a tutto, in fuga, a bordo d’internet point.
Abdel stilizza sorrisi su Facebook. Il viso asfissia in vero di fissità. Forse ridono le dita, inzaccherate nelle illusioni perdutesi dalle unghie altrui. Saltano in quelle pozzanghere, bambine ancora palpitanti.
Ma oggi fa più caldo. Per le sue labbra di roast beef, che può mordicchiare perché non sono maiale. Per la sua anima di ragazzo, che grida disperata palesando un corpo dinoccolato, docilmente astenico.
Rimbalza di spalla sul muro poroso allo stanzino. La porta è invisibile, non assente. Dal piccolo cestino si leva difatti una lama che fende al cranio dalle narici. Un’acre commistione di sperma e chewing gum mentolato. Ognuno si tien vivo come può.
Lo specchio sudicio e crepato almeno ricambia lo sguardo. Abdel alza la maglia e scruta il petto. È sottile ma teso. Stretto però grosso. Difficile dire cosa non vada. Ma certo non può approvarsi.
Abdel ha pupille sudate, un cosmico ingorgo affettivo-sessuale, un missile diretto sulla nuca a sbalzo. E la natura è maestra d’efficienza: non occorre comprenderne le leggi per assecondarle.
Il vuoto che schiaccia da dentro, quello che spacca da fuori. Piange un poco d’urina Abdel nel mezzo e chiede scusa, nel fulmine di notte uterina, per non indispettire alcuno. Come un roast beef qualunque, che anche tu puoi succhiare, perché non è maiale.
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