Posted by: Luca on: 24/06/2011
Oscar si sapeva mattonella di scorta nel mondo già ben lastricato. Di pavimenti robusti, che molti calci prendevano e altrettanti parevano reggerne. Lui attendeva obliquo, in una cantina animata solo dai piedi che traversavano la feritoia. Calcando l’asfalto.
C’erano in vero piastrelle meno interessanti di Oscar. Difatti qualcuno lo scelse. Ma non lo osservò. Oscar riportava un motivo semplice ma d’antica saggezza.
Poi arrivò lei. Gli prese il collo tra le braccia, e Oscar capì d’aver mai respirato.
Era di bellezza totale. Bella da piangere, per Oscar, che sviava lo sguardo prima che inumidisse. Bella da concretare, per un tale per cui le lacrime erano un bene mobile. Prezzabile, come l’ingenuità.
Cadere da quell’altezza costò due spigoli a Oscar, che tornò obliquo in cantina. A scrutare i piedi passare. Là fuori, sull’asfalto robusto. Dove tutto ha un prezzo e niente un’identità.
Oscar in fondo non era un romantico. Accettò lo sfregio senza malinconie. Lei invece si comprese cristallizzata in un’ormai fatalmente solida bolla di solitudine. Ma mai comprese d’ospitare l’infinito nel suo sguardo terso. Semplice ma d’antica saggezza. Dove nulla cristallizza, perché si vive in una cascata calda. Trovando costante novità nell’abbraccio perpetuo. Non ci si abitua ad amare.
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