satira trascendente

Francesca

Posted by: Luca on: 27/05/2011

Quando Francesca cadde a pattinaggio spillò azzurro dal ginocchio.
Il fratello, un cretino, rideva con gli incisivi ingialliti dai pomeriggi Kinder e Berlusconi. Lei non lamentò dolore, subito in piedi tornò all’esercizio.

Detestava Bob Dylan perché ne collezionava i dischi lo zio che la molestò a sette anni. Snobbava Siddharta perché la copia della biblioteca comunale era su carta maleodorante.

Andrea le sorrise. Alzò lo sguardo e sentenziò che non ha senso prendere tutto sul personale. Ma Francesca non poteva rinunciare alle sue costellazioni dipinte. Loro non l’avevano mai tradita.
Però vi incastonò una nuova sfera. Aggiunse quel sorriso che scopre il cuore e chiede nulla in cambio. Pensò che sarebbe stata per sempre dell’uomo che avesse inconsapevolmente illuminato quel ricordo. Uno cui, non come Andrea, avrebbe potuto svegliarsi tante volte accanto.

Quando Andrea, in anticipo sulla cartella clinica, morì, il tirocinio di Francesca era già terminato. Alle sedici, in punta di sedia, esorcizzava la chimica alla sua pupilla liceale. Con quelle immaginose associazioni mentali che l’avevano sempre accompagnata. Prendendo sul personale.

Francesca spillò azzurro dal ginocchio. La seconda volta io non c’ero, ma di certo andò così. Ci fu solo azzurro, nell’abitacolo.

Azzurra la rosa che adagiai sul legno, il sei febbraio scorso. Per quello che conta. Per spegnere un puntino, nella mia costellazione dipinta. Dove lo zio di Francesca, che al camposanto cercò invano la mia spalla, e i tanti come lui, non entrano. Seguono invece il moto d’inerzia di quella mano, che affonda nel nulla.

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6 Responses to "Francesca"

Ultimamente sei ispirato, eh?

tristezza

“Spillò azzurro dal ginocchio” è un’immagine bellissima. Tu non specifichi poi se cadde su una pista di pattinaggio di ghiaccio, o di asfalto. Però io, leggendo, ho associato l’immagine del sangue ai riflessi azzurri del ghiaccio.
E poi quella delle costellazioni dipinte con cambio di soggetto mi ricorda quella figura retorica che ci eravamo inventati noi ;-)
Ad ogni modo una storia triste ma bella.
Hai notato come la bellezza – di chi racconta, in questo caso la bellezza della tua scrittura – riesca a riscattare qualsiasi evento triste? In qualche modo gli rende giustizia.

E comunque i tuoi scritti sono sempre fortemente evocativi; a me, inevitabilmente, rimandano ad altri testi, pure se – nella logica – non c’entrano nulla.
Per questo credo che tu – inconsciamente magari – usi dei procedimenti “surrealisti”, in quanto è facile, leggendoti, lasciarsi andare a libere associazioni.
Ora, non so perché (e nemmeno voglio saperlo), questo tuo scritto mi ha ricordato il bellissimo brano interpretato da Nick Cave e Kylie Minogue, dal titolo “Where the wild roses grow”.
Forse perché la purezza e vulnerabilità di Francesca mi rimanda a quella dell’Elisa Day, protagonista del brano.

Bene, lo scorso anno dicevi di non voler piu’ scrivere…. ma ti andrebbe di satirare su una rivista? Vedo che ti stai lanciando al meglio ;-) !!
ciao

Mi piace. Ed è tanto

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