satira trascendente

Merfeo

Posted by: Luca on: 21/01/2012

Merfeo nacque sotto il segno dei pesci e sopra la branda disfatta dell’ospedale Forza Galline. Una struttura pubblica gestita dalle patatine non più fritte.

Con le ossa cresceva poderoso il suo stupore per il mondo. E tutto veleggiò, tra l’incubo del buio liquido e il picco gioioso d’un gelato inatteso, finché Merfeo non realizzò di essere vivo. Da lì la vita non fu più un fatto personale.

Un giorno si risolse per la serenata alla finestra di Muccona. Suonò un sassolino e lanciò diverse chitarre contro il vetro. Muccona, di lusinga e di pietà, fu cortese ma già altrove. Come la busta del pane che recita “arrivederci e grazie”. Quella sera Merfeo calò di tre centimetri.

Così deluso fu per unirsi al Partito dei Suicidi. Ma tal movimento più aumentava consensi più perdeva voti. Vi scorse quindi strutturali impossibilità di successo, rimboccando la camicia ormai abbondante.

Cercò gloria nell’erudizione. La mente catturava megalitici tomi, i piedi accorrevano a guizzi sospesi. E rise alla tosse, nel ricordo di citazioni errate per far sentire Muccona intelligente, mentre girar pagine fibrose fiaccava il torace tascabile.

Raggiunta la candela sul tavolo sudata, al pianto resisteva sol per non dimezzarsi di peso.

Troppo corto per la corda, infine fu respinto anche dal Partito dei Suicidi. Non restò che la soluzione lenta: il concorso pubblico. Adunato con gli altri sul vetrino per microscopio.

Oggi Merfeo è dipendente al Ministero per il Mal di Pancia. Un lavoro coraggioso e invisibile appellato con ipocriti nomignoli. Travet. Agente conservativo dell’intestino irritato. Qualificatore del diverso benessere addominale.

Non memorizzare le tassonomie politichesi, sono aspidi volubili. Ma ricorda questo, quando temi per la mutanda. C’è chi, operoso nei ripieghi di carne, sta lavorando per te.

Acerbio

Posted by: Luca on: 09/01/2012

Arianna

Posted by: Luca on: 20/11/2011

Leo

Posted by: Luca on: 16/07/2011

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mite e indipendente
contempla gentile
lui briciola d’Aprile

deglutisce l’emozione
intramato nel circostante
s’imbeve e fissa nodi

quando il cuore perde
il lenzuolo non respira
così nessuno lo trova

tantissimi perché
e si chiudono gl’occhi
se le risposte tardano

e s’abbagliano di luce
perché il mondo, Leo,
ti splendeva dentro…

Michela e Frassino

Posted by: Luca on: 08/07/2011

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Tra loro c’era un legame. Invisibile ma profondo. Come il nervo che accende ad un tempo glande e alluce destro. Anzi, proprio quello.

Lunghi pomeriggi assieme, Michela gli massaggiava l’alluce. Frassino sospettava d’una via più immediata, ma pazientava negli anfratti logici di lei. Che era del Toro, si giustificava. Fosse nata pure dal torrone, Frassino la approvava donna.

Tra Michela e Frassino funzionò. Fondarono la loro associazione per delinquere. Nella sede di cotone furono brindisi di succhi caldi. E spalmarono cibo da gatto sulle tartine dei Piretti stronzetti. Ed elusero missive verrucose giurando di non possedere televisori. E masticarono l’acme dietro al poderoso cartonato di Topolino, quel deficiente rosso-mutandato coi due bottoni gialli.

Poi la cricca saltò. Frassino trovò minor cruccio nelle orecchie di Topolino che nel progressivo cagliare in bocca di Michela. Questa riconobbe più emancipazione nel cane Rex che nei vuoti di Coca-Cola del marito. Perché il televisore, i furfanti, l’avevano.

Frassino scoreggia, acceca la fotocellula e riapre le porte. Gli confido che Michela ha i ratti in ventre e fa ricotta dalle ciglia. Risponde che è mercoledì, e per pretesto d’amare il figlio scoliotico può rilassarsi con Topolino. Che il giornaletto oggi è di carta squallida ed è leggero come ai suoi tempi, ma il nano saputello veste sempre uguale. Che la vita non puoi pianificarla tanto. Che tanto lui si scopa Kira. Che se mi rivede mi spacca la faccia.

Abdel

Posted by: Luca on: 04/07/2011

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Il monitor versa latte nella penombra e sul profilo di lui. Collo esile, nuca a sbalzo, naso che piega sulle labbra, legate come scorza di roast beef, mento sfuggente. Sfuggente a tutto, in fuga, a bordo d’internet point.

Abdel stilizza sorrisi su Facebook. Il viso asfissia in vero di fissità. Forse ridono le dita, inzaccherate nelle illusioni perdutesi dalle unghie altrui. Saltano in quelle pozzanghere, bambine ancora palpitanti.

Ma oggi fa più caldo. Per le sue labbra di roast beef, che può mordicchiare perché non sono maiale. Per la sua anima di ragazzo, che grida disperata palesando un corpo dinoccolato, docilmente astenico.

Rimbalza di spalla sul muro poroso allo stanzino. La porta è invisibile, non assente. Dal piccolo cestino si leva difatti una lama che fende al cranio dalle narici. Un’acre commistione di sperma e chewing gum mentolato. Ognuno si tien vivo come può.

Lo specchio sudicio e crepato almeno ricambia lo sguardo. Abdel alza la maglia e scruta il petto. È sottile ma teso. Stretto però grosso. Difficile dire cosa non vada. Ma certo non può approvarsi.

Abdel ha pupille sudate, un cosmico ingorgo affettivo-sessuale, un missile diretto sulla nuca a sbalzo. E la natura è maestra d’efficienza: non occorre comprenderne le leggi per assecondarle.

Il vuoto che schiaccia da dentro, quello che spacca da fuori. Piange un poco d’urina Abdel nel mezzo e chiede scusa, nel fulmine di notte uterina, per non indispettire alcuno. Come un roast beef qualunque, che anche tu puoi succhiare, perché non è maiale.

Oscar

Posted by: Luca on: 24/06/2011

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Oscar si sapeva mattonella di scorta nel mondo già ben lastricato. Di pavimenti robusti, che molti calci prendevano e altrettanti parevano reggerne. Lui attendeva obliquo, in una cantina animata solo dai piedi che traversavano la feritoia. Calcando l’asfalto.

C’erano in vero piastrelle meno interessanti di Oscar. Difatti qualcuno lo scelse. Ma non lo osservò. Oscar riportava un motivo semplice ma d’antica saggezza.

Poi arrivò lei. Gli prese il collo tra le braccia, e Oscar capì d’aver mai respirato.
Era di bellezza totale. Bella da piangere, per Oscar, che sviava lo sguardo prima che inumidisse. Bella da concretare, per un tale per cui le lacrime erano un bene mobile. Prezzabile, come l’ingenuità.

Cadere da quell’altezza costò due spigoli a Oscar, che tornò obliquo in cantina. A scrutare i piedi passare. Là fuori, sull’asfalto robusto. Dove tutto ha un prezzo e niente un’identità.

Oscar in fondo non era un romantico. Accettò lo sfregio senza malinconie. Lei invece si comprese cristallizzata in un’ormai fatalmente solida bolla di solitudine. Ma mai comprese d’ospitare l’infinito nel suo sguardo terso. Semplice ma d’antica saggezza. Dove nulla cristallizza, perché si vive in una cascata calda. Trovando costante novità nell’abbraccio perpetuo. Non ci si abitua ad amare.

Zorze

Posted by: Luca on: 14/06/2011

Francesca

Posted by: Luca on: 27/05/2011

Quando Francesca cadde a pattinaggio spillò azzurro dal ginocchio.
Il fratello, un cretino, rideva con gli incisivi ingialliti dai pomeriggi Kinder e Berlusconi. Lei non lamentò dolore, subito in piedi tornò all’esercizio.

Detestava Bob Dylan perché ne collezionava i dischi lo zio che la molestò a sette anni. Snobbava Siddharta perché la copia della biblioteca comunale era su carta maleodorante.

Andrea le sorrise. Alzò lo sguardo e sentenziò che non ha senso prendere tutto sul personale. Ma Francesca non poteva rinunciare alle sue costellazioni dipinte. Loro non l’avevano mai tradita.
Però vi incastonò una nuova sfera. Aggiunse quel sorriso che scopre il cuore e chiede nulla in cambio. Pensò che sarebbe stata per sempre dell’uomo che avesse inconsapevolmente illuminato quel ricordo. Uno cui, non come Andrea, avrebbe potuto svegliarsi tante volte accanto.

Quando Andrea, in anticipo sulla cartella clinica, morì, il tirocinio di Francesca era già terminato. Alle sedici, in punta di sedia, esorcizzava la chimica alla sua pupilla liceale. Con quelle immaginose associazioni mentali che l’avevano sempre accompagnata. Prendendo sul personale.

Francesca spillò azzurro dal ginocchio. La seconda volta io non c’ero, ma di certo andò così. Ci fu solo azzurro, nell’abitacolo.

Azzurra la rosa che adagiai sul legno, il sei febbraio scorso. Per quello che conta. Per spegnere un puntino, nella mia costellazione dipinta. Dove lo zio di Francesca, che al camposanto cercò invano la mia spalla, e i tanti come lui, non entrano. Seguono invece il moto d’inerzia di quella mano, che affonda nel nulla.

Al di là del vetro

Posted by: Luca on: 15/03/2011

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